A 1000 giorni dal deliberato attacco russo all’Ucraina il conflitto torna a interessare zone che non hanno nulla a che vedere coi presunti motivi per cui Mosca avrebbe deciso di muovere militarmente contro Kyiv. Il cambio di amministrazione negli USA e lo stallo nella composizione finale della Commissione europea sembrano aver dato vigore a Putin rafforzato anche dalla significativa partecipazione di governanti al summit dei BRICS ospitato a Mosca il 22 ottobre scorso dove è accorso anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.
I 1000 giorni di guerra coincidono con i 20 mesi dall’atto di incriminazione della Corte Penale Internazionale di Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova per sospette responsabilità nel crimine di guerra della deportazione e trasferimento illegali di bambini dall’Ucraina verso la Russia. A marzo scorso, il Procuratore della CPI ha inoltre emesso mandati di arresto per Viktor Sokolov, Sergey Kobylash, Sergei Shoigu e Valery Gerasimov, ufficiali dell’esercito russo, accusati di aver diretto attacchi contro obiettivi civili e aver commesso il crimine contro l’umanità di “atti disumani”.
Visto che entro la fine di novembre si dovrebbe sbloccare lo “stallo messicano” sulla composizione finale della Commissione europea, occorre chiedere che il primo atto formale dopo il giuramento sia la concessione di una corsia preferenziale che porti l’Ucraina nell’UE all’inizio del 2025 con modalità di necessità e urgenza.
Considerato che la prima settimana di dicembre si terrà all’Aja l’Assemblea degli Stati Parte della Corte penale internazionale, l’Italia partecipi con la proposta, e magari pure le prove che nei mesi sono state raccolte anche grazie alla nostra collaborazione, di ampliare l’incriminazione a militari russi presenti e attivi sul campo in modo che l’auspicio della loro cattura possa diventare realtà e si inizi un procedimento nei loro confronti.
In occasione dell’ l’approvazione parlamentare del decreto di fine anno, pretendere che il Ministero della Difesa pubblichi l’elenco forniture armamenti ad Ucraina come fanno Stati Uniti, Germania e Regno unito, Per garantire trasparenza, far vedere il tipo di materiale che viene inviato e aprire un dibattito sulla opportunità sulla possibilità che le armi italiani siano impiegate nel rispetto del diritto internazionale là dove necessario come in zone russe da cui partono aerei, elicotteri, droni e missili che colpiscono civili ucraini.
Le conseguenze dell’autorizzazione all’uso di armi a lunga gittata sul suolo russo da parte di Joe Biden ha scatenato una girandola di dichiarazioni, tutte piuttosto prevedibili. Il Cremlino, che qualche tempo fa aveva avvertito che una simile mossa sarebbe stata interpretata da Vladimir Putin come un atto di guerra da parte della Nato, per ora appare trattare la vicenda come l’ennesima linea rossa sbriciolata senza più di tante conseguenze, almeno a sentire il piuttosto cauto “farà crescere le tensioni”, pronunciato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.
Nel millesimo giorno di guerra contro l’Ucraina, Putin innalza la tensione internazionale, cambiando le regole della propria dottrina nucleare. La firma del decreto presidenziale che consente l’uso delle armi nucleari contro Stati non nucleari supportati da potenze atomiche rappresenta un drammatico cambio di paradigma nella strategia di deterrenza di Mosca. Un passo «necessario» secondo il Cremlino, per «allineare i nostri principi all’attuale situazione». Così Dmitry Peskov, portavoce di Putin, per il quale l’arsenale atomico diventa ora un’ «estrema risorsa per proteggere la sovranità del Paese».
La nuova dottrina nucleare mette nero su bianco che l’uso dei nuovi missili forniti da Biden a Kiev può essere interpretato come un’aggressione diretta dei Paesi dell’Alleanza Atlantica. «Vogliono l’escalation», sentenzia Lavrov dall’alto del ministero degli Esteri russo. A sottolineare la gravità, Dmitri Medvedev, vicepresidente del consiglio di sicurezza russo, che ha dichiarato su Telegram: «In questo caso sorge il diritto di reagire con armi di distruzione di massa contro Kiev e le principali installazioni della Nato, ovunque si trovino. E questa è già la Terza Guerra Mondiale». Non è mancata una provocazione all’ormai presidente uscente: «Forse il vecchio Biden ha davvero deciso di morire con grazia, portando con sé una parte significativa dell’umanità».
Cade il primo missile americano sul territorio russo
In parallelo, l’esercito ucraino ha annunciano di aver «colpito con successo» il bersaglio oltre il confine, stando a ciò che riporta una fonte informata delle Forze di Difesa al meda ucraino Rbc. S è Ad essere toccata la struttura militare vicino Karachev, città non lontana dalla regione di Bryansk e a circa 130 km dal confine con l’Ucraina. L’utilizzo di armamenti avanzati statunitensi con un raggio d’azione di circa 300 chilometri, manda un segnale chiaro, e forse definitivo, sulla volontà occidentale di sostenere Kiev non solo nella difesa, ma anche nell’offensiva.
Volodymyr Zelensky, in un discorso al Parlamento Europeo, ha lanciato un monito senza mezzi termini: «Putin non si fermerà. È concentrato sul vincere la guerra. Bisogna spingere più forte contro la Russia». Il presidente ucraino ha ribadito che senza basi aeree distrutte, senza incendi nei depositi di munizioni e senza che la capacità produttiva russa venga azzerata, non ci saranno «negoziati significativi». Per Zelensky, è essenziale portare la Russia verso una «pace giusta».
Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha ribadito l’impegno dell’Italia a fianco di Kiev: «Continueremo a sostenere l’Ucraina, dal punto di vista militare, economico e politico». A fare eco, la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola: «Oggi, domani e ogni giorno, per tutto il tempo necessario». Tuttavia, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, invita alla prudenza, ritenendo meglio «non parlare troppo di ciò che facciamo o non facciamo» sul piano militare.
Intanto, le alleanze internazionali della Russia complicano ulteriormente il quadro. Cina, Corea del Nord e Iran offrono supporto militare e logistico a Mosca, contribuendo a rafforzare il suo arsenale e a eludere le sanzioni occidentali.
Nonostante il clima da guerra fredda, il Cremlino lascia aperto uno spiraglio di dialogo con gli Stati Uniti. «Se Donald Trump sarà pronto ad “ascoltare le preoccupazioni” della Russia e a “capire le ragioni per cui la Russia sta agendo in questo modo”, sarà possibile un dialogo “per il raggiungimento della pace“», ha dichiarato Peskov, nonostante le parole del suo connazionale e la nuova dottrina nucleare sembrino molo più simili ad intimidazioni che alla volontà di sedersi a un tavolo.